Lo spauracchio

Staccato il filo
del ricordo,
l’eutanasia del pensiero.

(Lo sapete vivi che siamo già morti?)

Ho visto la macina
stritolarlo – non v’è più
il senso dell’intero.

(Né lo sforzo, nevvero?)

L’inconsolabile inedia
nella complicità
della rassegnazione:

(oppiaceo abbandonarsi)

le catastrofi ci avvolgono
quando assecondiamo
la loro magneticità.

(Comodità della disperazione!)

La pigrizia è un cancro,
come il vento il tempo
erode l’umanità

(evidentemente!)

La vecchiaia sporca, becera,
quella “giovane” e immortale
tratteggia brandelli di confusi domani

(cosa c’entra l’età?)

È orgiastica cialtroneria,
un gonfiarsi di petti,
quella tronfia autoesaltazione

(ma cosa stiamo “essendo”?)

Essenti? La marea
– shit storm –
è l’unica grazia.

(Galleggia sul mare di merda!)

Le stimmate del giusto,
il sapore di quello sputo,
il cocente marchio della Concretezza.

(Non più connivenza!)

Partigianeria del pensiero
ritrovato: il sacrificio,
il supplizio, la resistenza:

il NON MI AVRETE (brucia, brucia dentro!)

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Recensione VUOTO IMPERFETTO de “Il Loggione Letterario”

Vuoto Imperfetto di Willy Zini Enso Per una volta, affrontando la recensione di un libro, ho deciso di partire dalla copertina, perché “Vuoto imperfetto”, di Willy Zini (Aletheia Editore), non è solo contenuto ma anche contenitore, e tutto, a partire dalla copertina, dà un certo corpo, una certa fisicità all’opera. 376 altre parole

via Vuoto Imperfetto — IL LOGGIONE LETTERARIO

To belong, never possess

E per sempre permeati
da questo flusso inattingibile
le nostre anime si perderanno,
si scambieranno sguardi obliqui
e sorrisi claudicanti, ma rivolti
all’In sé in vista dell’immenso,
ci riscopriremo sondando le crepe
del destino che ci ha abbracciati,

e voluti dentro.

Una tempesta

Una rivoluzionaria intuizione,
nel grembo di carne l’embrione divino:

l’incarnazione del Dio
nella donna che si auto

vivifica –

la vita insegue
la morte, nella vita

la sorte e inespugnabili
sentimenti distorti.

La vita distorta,
l’intortamento lento

e nemmeno più un senso
nel vento – nel vespro disperato,

allunato, inchiodato
alla degenerazione della consapevolezza:

siamo fottutamente fratelli,
sorelle maledettamente distratte

così simili così inconciliabili.
Atomi, atolli di individualità disperse!

Un’unità più radicale ancora
alle radici del mondo

maschio la femmina, femmina il maschio –

chi avrà ancora occhi per vedere
l’Androgino, quando la frammentazione

dell’uguaglianza condannerà un pianeta
giovane, ma troppo antico?

Il doppio filo

I libri nutrono
i cervelli, ma li drogano.
Allo stesso modo
li possono risucchiare,
spargendo una patina
offuscante di fronte
alle retine dei cosiddetti
“edotti”, imponendo
in reticoli di pensieri
e parole le sbarre della cella
d’inchiostro e supponenza.

Rari gli uomini che leggono libri,
unici quelli che ne estrapolano
davvero il succo, per trasformarlo
in fattualità sociale, concreta, fraterna.
Quelli che prendono per mano
la mano grezza di chi vive di fattualità;
per condurla, insieme al potere
della chiarificazione della ragione
verso il mare di possibilità
che si apre con la sola arma
a noi concessa: la consapevolezza.

Bisogna imparare ad insegnare l’intingersi
di Vita, il sentire e l’interiorizzare
il suo flusso immortale:

perché la Forma non si esaurisce!
E noi non ne siamo che sua minuscola,
autentica e peritura rappresentazione.

In carne e spirito,
in ossa e relazioni.

 

Roberto Baggio e la fobia dell’unicità

Riflettevo questa sera sul fatto che noi italiani abbiamo innervata la consuetudine di rinominare qualsivoglia novità, applicando ad esse l’ etichetta della “riproposizione” di cose passate, celebri, appartenenti al patrimonio culturale comune. E questo fenomeno lo si può osservare in qualsiasi ambito, su tutte le piattaforme e a tutti i livelli della stratificazione sociale. A partire dalle forme d’ arte, per giungere allo sport, fino alla politica. A braccetto con la cattiva usanza di non capire e di non voler prendere consapevolezza del momento giusto per ritirarsi dalle scene, c’è ancora più impellente la necessità di dover affibbiare pseudo-categorie aprioristiche e pregiudizi immotivati ad ogni nuova tendenza che si presenta nei cortocircuiti della quotidianità. Mentre la vita scivola via, noncurante, e solamente sfiorata dal riflesso delle nostre angosce, figlie della prigione dello spazio e del tempo, le estensioni del nostro sforzo vitale: quelle scariche elettriche, in fondo, che ci permettono di concepire almeno le sbarre delle dimensioni entro le quali ci ritroviamo, inesorabilmente, calati.
L’etichettatura ossessiva, la paura inconsapevole verso tutto ciò che di nuovo mina le fondamenta delle “comfort zones” sparse qua e là, quelle piccole cellette di individui sempre più autoreferenziali e rapiti da realtà parallele, virtuali. La cosa che più mi infastidisce è il vizio di “contrassegnare” i giocatori di calcio come se fossero effettivamente, mi verrebbe da dire “ carnalmente”, pedine nelle mani di avidi padroni capitalisti e spietati. E allora abbiamo “ il nuovo Maradona”, “ il piccolo Messi”, “ Il Baggio del futuro”, e puttanate varie. Uomini che come figurine di carta e di colla, vengono scambiati, venduti, comprati: fino a vedere vendute addirittura le proprie intime “ coscienze”! Ma chi si lascia suggestionare dal fascino dell’adesso, chi si ritrova impantanato nell’assuefazione delle pseudo-verità, chi ha la fobia dei tuffi nel vuoto; forse non ha mai visto Baggio toccare un pallone da calcio. Personalmente ho avuto la fortuna di rimirare le sue gesta, “ dal vivo”, quando ha dato il meglio di sé. Un Dio con i parastinchi e la sublime maledizione delle “ginocchia di cristallo”, vicentino, che indossa la maglia del Brescia, e la indossa dai 33 ai 37 anni. Regalando perle inestimabili, spettacolo puro, chicche fatte di quella materia speciale, quel misto di fisica, destino, consapevolezza, genio assoluto: gli ingredienti di quella meraviglia alchemica che mi ha fatto innamorare della vita, dell’ arte, dell’ intensità dell’ intuizione: el fùtbol!
Come immaginare un “ nuovo Baggio”, dunque? Impossibile, ai miei occhi. Stupida utopia, in realtà. L’ unicità del genio, quella incomprensibile, infinitesima soglia – l’ incognita nella pennellata della volontà – impossibile da concepire. Sfuggente, inestimabile, appunto.

Ho cercato di imparare ad innamorarmi sempre della vita, ma ho capito che per farlo, bisogna accettare di amare anche sua sorella, quella di nero vestita. Così mi agito inquieto, inseguendo quel principio, disperso nel mare magnum del dettaglio.

Scetticizzazione Universale

Lo smarrirsi nel microscopico
il richiamo della scimmia
il privilegio dell’azione

perlopiù inconsapevole!

Nel silenzio della natura
quel silenzio vuoto
rifugio della consapevolezza –

il rifiuto categorico

di ogni pericolosa astrazione:
il silenzio assenso
di fronte alla vergogna

è già un principio di colpevolezza.