La violenza dell’inerzia in potenza

Là dove urlano le scimmie
un lamento sordo può spezzare l’inedia.

Non sono ancora nati uditi per sentirlo
e non ci sono chances per il ricordo.
Il vociare annulla le increspature:
è un vomitare parole e azioni
il costante bisogno di giustizia.
L’uomo si svuota di se stesso
e chi si crogiola nel dubbio
verrà annientato. Fortunatamente –
dirà qualcuno – almeno finché la luna
si spalmerà in questa atmosfera leggera.
E nuovi ulivi rinasceranno, e vecchi ulivi si ammaleranno.
Ma l’illusione di essere derubati
ritornerà sin quando le scimmie
intoneranno le loro grida fameliche.
Finché ci saranno vittime, ci saranno i perché.
Finché ci si ammazzerà, ci si riempirà la bocca
di comandamenti. Finché lo specchio
non fiotterà sangue, tutto sembrerà
inutile. La storia (calpestata) partorirà nuovi capri
a cui affibbiare la colpa per la presa di coscienza
della propria inutilità.
A morte i maestri, i saggi, i vecchi:
soltanto la morte può insegnare il rimpianto.
Soltanto il rimpianto si può imparare.
Ma saranno sempre altri giorni,
saranno sempre altre scimmie.

E la ragione partorirà nuovi pseudocristi.

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Forse un folletto farraginoso

Boh, non saprei dire:
forse finito il tempo
dei trastulli?
Il vicino si confronta
con fantasie nucleari,
la telecomunicazione
vomita sentenze
e tutti a strafogarsi
ingurgitando morbosità
e gusto per l’orridamente
altro. Lo straniero ripudiato,
schifato e atterrito dall’insicurezza
verso la propria schelettricità.

L’insicurezza che partorisce
estremismi. E non viceversa.

Ho ascoltato uno storico dire
che Mussolini diffidava degli estremismi,

salvo poi servirsene.

Diffidare degli -ini suona come un “attenti al lupo”, ormai,

(diffidate!)

(n) Si sa mai.

Urlo Sordo

Sono incagliato
nei contorni
della macchia
italico/europea:

turbonazi sbraitano
nascosti
dal troppo lontano
ricordo,

formichine industriose
che non considerano
altra dimensione
del lavoro,

negano la realtà e ordiscono
trame inquietanti,
contaminate da una brama
di riscatto, infausta e demotivata.

È strano essere sordi
al contrario.

Muti, si potrebbe dire,
ma sarebbe troppo facile.

Si è sordi verso ciò che ci ripugna.

Questo il peccato mortale.

L’apatia dei savi è il nutrimento dell’odio incontrollato.

Lo status quo degenerante.

Bisogna imparare il linguaggio dei segni per sopravvivere.

L’otto/otto del ventotto

Così intorpidito
che il crepitio delle parole
si rovescia in leggero
tormento, oppure in pesante
sobrietà. Il mercurio
del mio termometro spirituale
che si sminuzza. Piccole sfere
del me si infrangono attraverso
lo specchio del ricordo.
Quella fronte fredda, la lacrima
incompiuta, il seguito della paura
nella concordia dello sciogliersi
in abbracci simbiotici. L’energia
che si dipana, il contatto dell’uno
nei molti che paradossalmente
la morte può rinfocolare.

Schegge di coscienza
ed il tuo sguardo dentro
a rinvigorirmi gli occhi
a tacciare la connivenza

a sferzare l’apatia.

Non sono qui per capire.

Non possiedo che l’odore.

La memoria è questione di naso.

Il tuo profumo nel me.

Ciao N. E.

Vincent e Antonin

È come lo sprofondare
nel pensiero,
in un gioco di specchi
che si rinfrangono
all’infinito.
Il cortocircuito visivo
che riflette la prospettiva
paradossale, gli “infiniti mondi”,
terribili e tendenti alla
ripetizione scimmiottesca,
serpeggiante – stralci di istantanee
e nulla più – Ancora tu,
quel sentirsi ansanti
e spersi. Cambiano le regole
e le facce, le espressioni
intagliate in nuovi corpi,
giovani muscoli piegati
ancor prima della possibilità
di capire, a esibire cosce,
forme, sembianze. E poco più.

Non si può mai veramente insegnare
niente, qui e ora. Anzi, qui e sempre.

Va ricercato quel più.

Bisogna sviscerarlo
– il qualunquismo –
e ridare importanza alla Gogna.

Ci siamo quasi.

Fango siamo, fango rimaniamo

Via, ascoltalo
sgranellare
via sino al più
piccolo frammento –

vento.
(uno sciabordìo di lacrime
è così smanioso
di rinascere in me
).

Silenzio, il mio morire
del morire di particelle

è contaminazione e morte:
non ci si può astrarre dalla materia,
dalla terrestrità, dal risucchio: Angelo
con le ali madide di fango.

Lo spauracchio

Staccato il filo
del ricordo,
l’eutanasia del pensiero.

(Lo sapete vivi che siamo già morti?)

Ho visto la macina
stritolarlo – non v’è più
il senso dell’intero.

(Né lo sforzo, nevvero?)

L’inconsolabile inedia
nella complicità
della rassegnazione:

(oppiaceo abbandonarsi)

le catastrofi ci avvolgono
quando assecondiamo
la loro magneticità.

(Comodità della disperazione!)

La pigrizia è un cancro,
come il vento il tempo
erode l’umanità

(evidentemente!)

La vecchiaia sporca, becera,
quella “giovane” e immortale
tratteggia brandelli di confusi domani

(cosa c’entra l’età?)

È orgiastica cialtroneria,
un gonfiarsi di petti,
quella tronfia autoesaltazione

(ma cosa stiamo “essendo”?)

Essenti? La marea
– shit storm –
è l’unica grazia.

(Galleggia sul mare di merda!)

Le stimmate del giusto,
il sapore di quello sputo,
il cocente marchio della Concretezza.

(Non più connivenza!)

Partigianeria del pensiero
ritrovato: il sacrificio,
il supplizio, la resistenza:

il NON MI AVRETE (brucia, brucia dentro!)