NEBRASKA

Shht! Ho sentito
ruminare gli antichi
lamenti tra i sospiri
degli astri infuocati.
Dal cosmo l’interazione
con il caos, le scintille
del contatto tra l’essere
e il suo esser-ci. La negazione
della positività, la materia
scura, vuota, pesante e plastica.
L’immenso buco nero
che fa a pezzetti e assorbe
le brevi cristallizzazioni
di ghiaccio e di carne
che come foruncoli
abitano la chioma astrale.

Fastidiose escrescenze pensanti
come funghi che costellano
boschi, come navicelle

sparate a miliardi di chilometri orari
in spirali infinite che fendono il manto
Nero, squarciano il velo della grande notte

BOOM! SCRAATCH!

Infinitesimi brandelli di physis
che in coriandoli saltano gioiosamente

per aria: orgasmo e morte.

Avvinghiati all’aria e al sesso
siamo fuochi d’artificio restii ad esplodere

che consapevoli della propria fine
preferiscono non ricordare.

La felicità è sinonimo di deficienza

(oggi più che mai).

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Tovarisch

Vi vedo correre e ciarlare
correre e ammazzare
correre e scemare
lentamente,
inesorabilmente.
Tutto è sotto gli occhi
di tutti
ma nessuno vuole vedere,
si assiste all’imbruttimento
impotenti
mentre le stesse facce
le stesse vite
le stesse maledizioni
scorrono in pellicole
in bianco e nero
vecchie espressioni
e vecchie contorsioni
che hanno vissuto le stesse
medesime magagne
vendicando improbabili eredità
assassinando in nome dell’avidità
sanguisughe fraudolente –
in fin dei conti condannate
al suicidio involontario
dalla loro stessa condotta.
Svincolati dal ricordo prossimo
eccoli tornare:
li vedo ancora lì, a nascondersi
tutti mascherati dietro
una tastiera, i vendicatori da quattro
soldi, ossessionati dall’attimo
e assetati d’immediatezza.
Instagram come El Dorado
la Politica si rispecchia nella sua
inconsistenza: l’immagine, lo specchio,
la povertà d’intenti e d’animo
che dal piccolo esponenzialmente
nel grande si sublima nell’orgiastico
Nulla di questa inutile epoca violenta
che rigurgita slogan e brutture antiche,
mascherate di machismo.

Uomini!

Stiamo perdendo la rotta,
stiamo facendo schifo:
la politica è sempre
lo specchio della società
e ogni giorno sento parole,
luoghi comuni, modi di dire
che vanno incattivendosi.
Arrivano gli anni venti,
tremano le vetrate,
presto o tardi che sia,
(ma che dico, ORA)
bombe vengono vendute
in soldoni, e i vostri e i nostri
culi vengono riscaldati (anche)
dai soldi di quelle stesse armi
che trucidano innocenti
in regioni remote, nere, dimenticate
che scatenano ondate di uomini,
masse di gente, popoli
abbrustoliti non soltanto dalle guerre
ma dalle angherie della natura.
Una realtà morta e dimenticata
ancora prima di nascere
– bombe demografiche –
il mondo è già cambiato
e noi non possiamo dimenticare
l’importanza inestimabile del ricordo.
Ricordare è l’istanza più rivoluzionaria
ai tempi della dittatura dei likes.
La nostra bomba atomica
è la consapevolezza
non dimenticarsi mai di ricordare –
il ricordo genera consapevolezza che genera
azione – l’umanità deve riorganizzare le proprie
fila e non bisogna scannarsi per trovare nuovi
equilibri. L’animale va addomesticato
con pazienza e fermezza. L’ignoranza
è il passaporto del nuovo millennio:
ci vuole educazione militante, c’è bisogno d’umanità!
Non è questione di clichés
ma di quotidianità.

L’assuefarsi d’illusioni non può essere
la scusa per un nuovo genocidio.
Nel piccolo ci sono gli stessi atomi immortali
così come nel gigante:

siamo uno e siamo tutto e siamo Niente.

Ma, quantomeno, siamo.

Ricordatevelo sempre.

La violenza dell’inerzia in potenza

Là dove urlano le scimmie
un lamento sordo può spezzare l’inedia.

Non sono ancora nati uditi per sentirlo
e non ci sono chances per il ricordo.
Il vociare annulla le increspature:
è un vomitare parole e azioni
il costante bisogno di giustizia.
L’uomo si svuota di se stesso
e chi si crogiola nel dubbio
verrà annientato. Fortunatamente –
dirà qualcuno – almeno finché la luna
si spalmerà in questa atmosfera leggera.
E nuovi ulivi rinasceranno, e vecchi ulivi si ammaleranno.
Ma l’illusione di essere derubati
ritornerà sin quando le scimmie
intoneranno le loro grida fameliche.
Finché ci saranno vittime, ci saranno i perché.
Finché ci si ammazzerà, ci si riempirà la bocca
di comandamenti. Finché lo specchio
non fiotterà sangue, tutto sembrerà
inutile. La storia (calpestata) partorirà nuovi capri
a cui affibbiare la colpa per la presa di coscienza
della propria inutilità.
A morte i maestri, i saggi, i vecchi:
soltanto la morte può insegnare il rimpianto.
Soltanto il rimpianto si può imparare.
Ma saranno sempre altri giorni,
saranno sempre altre scimmie.

E la ragione partorirà nuovi pseudocristi.

Forse un folletto farraginoso

Boh, non saprei dire:
forse finito il tempo
dei trastulli?
Il vicino si confronta
con fantasie nucleari,
la telecomunicazione
vomita sentenze
e tutti a strafogarsi
ingurgitando morbosità
e gusto per l’orridamente
altro. Lo straniero ripudiato,
schifato e atterrito dall’insicurezza
verso la propria schelettricità.

L’insicurezza che partorisce
estremismi. E non viceversa.

Ho ascoltato uno storico dire
che Mussolini diffidava degli estremismi,

salvo poi servirsene.

Diffidare degli -ini suona come un “attenti al lupo”, ormai,

(diffidate!)

(n) Si sa mai.

Urlo Sordo

Sono incagliato
nei contorni
della macchia
italico/europea:

turbonazi sbraitano
nascosti
dal troppo lontano
ricordo,

formichine industriose
che non considerano
altra dimensione
del lavoro,

negano la realtà e ordiscono
trame inquietanti,
contaminate da una brama
di riscatto, infausta e demotivata.

È strano essere sordi
al contrario.

Muti, si potrebbe dire,
ma sarebbe troppo facile.

Si è sordi verso ciò che ci ripugna.

Questo il peccato mortale.

L’apatia dei savi è il nutrimento dell’odio incontrollato.

Lo status quo degenerante.

Bisogna imparare il linguaggio dei segni per sopravvivere.

L’otto/otto del ventotto

Così intorpidito
che il crepitio delle parole
si rovescia in leggero
tormento, oppure in pesante
sobrietà. Il mercurio
del mio termometro spirituale
che si sminuzza. Piccole sfere
del me si infrangono attraverso
lo specchio del ricordo.
Quella fronte fredda, la lacrima
incompiuta, il seguito della paura
nella concordia dello sciogliersi
in abbracci simbiotici. L’energia
che si dipana, il contatto dell’uno
nei molti che paradossalmente
la morte può rinfocolare.

Schegge di coscienza
ed il tuo sguardo dentro
a rinvigorirmi gli occhi
a tacciare la connivenza

a sferzare l’apatia.

Non sono qui per capire.

Non possiedo che l’odore.

La memoria è questione di naso.

Il tuo profumo nel me.

Ciao N. E.

Vincent e Antonin

È come lo sprofondare
nel pensiero,
in un gioco di specchi
che si rinfrangono
all’infinito.
Il cortocircuito visivo
che riflette la prospettiva
paradossale, gli “infiniti mondi”,
terribili e tendenti alla
ripetizione scimmiottesca,
serpeggiante – stralci di istantanee
e nulla più – Ancora tu,
quel sentirsi ansanti
e spersi. Cambiano le regole
e le facce, le espressioni
intagliate in nuovi corpi,
giovani muscoli piegati
ancor prima della possibilità
di capire, a esibire cosce,
forme, sembianze. E poco più.

Non si può mai veramente insegnare
niente, qui e ora. Anzi, qui e sempre.

Va ricercato quel più.

Bisogna sviscerarlo
– il qualunquismo –
e ridare importanza alla Gogna.

Ci siamo quasi.